Turchia: ‘Non abbiamo paura e non smobilitiamo’

Intervista a un insegnante in sciopero della fame

Ad Ankara, dopo 10 giorni di sciopero della fame, 25 iscritti al Sindacato degli Insegnanti del Settore Privato hanno continuato a rifiutare il cibo. Chiedono due cose: giustizia per i 1.611 candidati al concorso per l’assunzione nella scuola pubblica, esclusi mediante valutazioni arbitrarie nei colloqui orali e l’introduzione di un salario minimo garantito per legge per gli insegnanti impiegati nelle scuole private e nei centri di assistenza scolastica. Per il sindacato gli insegnanti del settore privato in Turchia sono costretti a vivere con salari da povertà, contratti precari, orari di lavoro estenuanti e continue pressioni da parte dei datori di lavoro, mentre le promesse del Ministero dell’Istruzione Nazionale di intervenire sono costantemente disattese.

Questa intervista è stata realizzata ad Ankara il 24 giugno, il decimo giorno dello sciopero della fame. Tre giorni dopo 154 intellettuali e artisti turchi hanno fatto appello agli scioperanti affinché interrompessero la protesta, viste le crescenti preoccupazioni per il loro stato di salute. Il sindacato ha detto che avrebbe sospeso l’azione fino alla conclusione del Vertice NATO del 7-8 luglio, invitando il governo a utilizzare questo periodo come «pausa di riflessione» per poi rispondere alle richieste degli insegnanti. In Turchia lo sciopero della fame come forma di lotta ha una lunga tradizione, soprattutto nei movimenti all’interno delle carceri e nella sinistra socialista. Ma a quanto ne sappiamo è la prima volta che un sindacato ricorre a questo metodo. Timur, docente in sciopero della fame e rappresentante della sezione di Ankara del Sindacato degli Insegnanti del Settore Privato, spiega come a spingere il sindacato verso quella che definisce una “scelta di ultima istanza” siano state promesse non mantenute, negoziati bloccati e violenze della polizia .

  • Puoi spiegarci le vostre richieste? Perché avete iniziato lo sciopero della fame?

La nostra prima richiesta riguarda le 1.611 vittime del sistema dei colloqui orali. Si tratta di candidati nel concorso per l’assegnazione di una cattedra nella scuola pubblica, che nel 2023 avevano superato la prova scritta, ma sono stati esclusi per le valutazioni arbitrarie a cui sono stati soggetti all’orale. C’è già una proposta di legge del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), la parte ultranazionalista della coalizione di governo. Il problema potrebbe essere risolto con quella norma, ma il Ministero dell’Istruzione Nazionale si oppone, perché teme che ciò metterebbe in discussione l’intero sistema dei colloqui orali. La nostra seconda richiesta riguarda l’introduzione di un salario minimo garantito per gli insegnanti del settore privato. Era un tema all’ordine del giorno nel 2024 ed è stato rinviato al 2025. Il ministero ci aveva detto: «Lo risolveremo», ma in concreto non è successo nulla. A un certo punto il Ministero del Lavoro ha invitato ufficialmente quello dell’Istruzione Nazionale, il nostro sindacato e le associazioni dei datori di lavoro a sedersi allo stesso tavolo. Poi però ha detto che non può convocare le associazioni dei datori di lavoro perché queste, essendo associazioni e non sindacati, non hanno i requisiti. La nostra richiesta è semplice: va istituita una commissione, devono essere predisposte le necessarie modifiche legislative su questi due temi e i negoziati devono riprendere.

  • Lo sciopero della fame è nato proprio su queste due richieste…

Sì. Se ci sarà un passo avanti concreto, riconsidereremo la nostra iniziativa. Ma non era un’azione pianificata a lungo, ma un passo diventato inevitabile dopo gli attacchi della polizia. Per quindici giorni avevamo annunciato che ci saremmo visti davanti al Ministero dell’Istruzione Nazionale e che avremmo marciato verso il Parlamento. Siamo stati aggrediti ancora prima di riuscire ad aprire uno striscione. Il giorno successivo, dopo il rilascio dei fermati, abbiamo lanciato un nuovo raduno al Parco Kurtuluş, ad Ankara. Ma l’albergo dove alloggiavano circa trenta persone dirette alla manifestazione è stato circondat0, quasi un divieto di uscire. La decisione di iniziare lo sciopero della fame è stata presa proprio quel giorno.

  • La risposta della polizia è stata molto dura. Pensi che sia legata al contesto politico più ampio?

Credo che il legame col Vertice NATO sia evidente. Non vogliono che durante il vertice emerga un movimento capace di alimentare le speranze nella protesta. Nel mondo del lavoro c’è una rabbia enorme e il governo non vuole che trovi uno sbocco. Allo stesso tempo vogliono mantenere il controllo sulla città. Infine cercano di creare divisioni tra il nostro sindacato e gli insegnanti colpiti nella prova orale del concorso. Quando ci muoviamo tutti insieme trasmettiamo un’immagine molto forte. Rappresentiamo diversi settori della società turca. Questo è qualcosa che loro non possono tollerare. Perciò hanno cercato di criminalizzarci agli occhi delle vittime dei colloqui. Hanno fatto pressione sulle madri, sulle donne che indossano il velo, dicendo loro: «Prendete le distanze da loro, sapete chi sono?» E quando questo tentativo è fallito, sono passati all’uso della forza. Fino a oggi la maggior parte delle nostre iniziative si era svolta attraverso il dialogo con le forze di sicurezza. Abbiamo detto più volte che avremmo camminato sul marciapiede, evitato di bloccare il traffico e accettato qualsiasi percorso ci venisse assegnato. Eppure anche in queste condizioni i reparti antisommossa ci hanno attaccato.

  • Il vostro sindacato ormai è noto per la sua combattività. Pensi che la durezza della repressione sia legata anche a questo?

Sì. Alcuni compagni sono stati presi di mira e trasformati in bersagli. Da anni stiamo creando seri problemi alle autorità. La polizia usa spesso il negoziato come tattica per prendere tempo e indebolire la resistenza. Annunciamo una manifestazione e loro continuano a dire «Vedremo» finché la giornata in cui dovrebbe svolgersi la manifestazione non è trascorsa. Ora durante i fermi ricorrono apertamente ai pestaggi. Stiamo raccogliendo i certificati medici che documentano le aggressioni subite. Il fermo del presidente del nostro sindacato è stato particolarmente violento. Mentre lo portavano via gli agenti hanno formato un corridoio e ciascuno di loro lo colpiva mentre passava in mezzo. Prima non si comportavano in modo così esplicitamente brutale.

  • Parlaci del sindacato. Quanti iscritti avete oggi?

Il nostro sindacato è nato nel 2021. In Turchia per gli insegnanti del settore privato il diritto di organizzarsi sindacalmente era ammesso per legge già dal 2008 e in precedenza c’erano state altre iniziative simili. Ma per una crisi del movimento sindacale nel suo complesso non erano riuscite a trasformarsi in una mobilitazione duratura. Quando abbiamo iniziato abbiamo notato un profondo divario tra le strutture sindacali e le reali condizioni di vita dei lavoratori. Molti sindacati erano diventati burocratici e ripiegati su sé stessi.

Il nostro sindacato ha creato uno spazio in cui portare avanti una forma di sindacalismo combattivo: intendo un’organizzazione costruita dal basso, che identifica chiaramente il datore di lavoro come controparte e punta diretto all’origine del problema. Per noi era fondamentale fare richieste concrete e credibili. E lo abbiamo fatto rivendicando un salario minimo garantito. Oggi anche insegnanti non iscritti al nostro sindacato possono rivendicare «Il salario minimo garantito è un nostro diritto».

Il momento di maggior crescita è arrivato durante il presidio permanente davanti al Parlamento nel 2024. Quando abbiamo superato le barricate della polizia davanti al Ministero dell’Istruzione Nazionale e siamo riusciti a raggiungere il Parlamento il numero degli iscritti è aumentato rapidamente. Oggi abbiamo più di 11.000 iscritti, quasi 12.000. Il settore comprende circa 276.000 insegnanti. Si tratta quindi di un numero significativo. In termini giuridici gli insegnanti del settore privato sono inseriti nel cosiddetto «Ramo n. 10», un’ampia categoria individuata dal diritto del lavoro turco che include commercio, lavoro d’ufficio, istruzione e belle arti. Non esiste una categoria autonoma dei lavoratori dell’istruzione e questo limita l’attività sindacale e il diritto alla contrattazione collettiva. Per un periodo siamo cresciuti quasi in maniera esponenziale. In seguito lo slancio si è attenuato, perché la mancanza di risposte ha logorato la forza della rivendicazione. Tuttavia siamo riusciti a mantenere gli iscritti che avevamo e anche questo è importante.

  • Siete soddisfatti del livello di solidarietà ricevuto?

Ciò di cui abbiamo bisogno ora sono iniziative capaci di esercitare una pressione politica sul governo. Per noi una manifestazione organizzata dai socialdemocratici o dai socialisti sarebbe importante, ma probabilmente da sola non inciderebbe molto sul governo. Sarebbe molto più efficace una pressione esercitata dagli elettori dei partiti di governo. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) e il suo alleato di coalizione, il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), sono gli unici due partiti i cui esponenti non sono venuti a visitarci. Questo la dice lunga. Le famiglie dovrebbero andare nelle sedi provinciali dell’AKP e dell’MHP e dire: «Risolvete questa questione, i nostri figli sono lì». Tra noi ci sono insegnanti le cui famiglie hanno votato per l’AKP. E una delle cose che li preoccupa di più è proprio quando sono gli stessi elettori dell’AKP a chiedere conto di ciò che fa il governo.

Recent Articles